…di tempi che evolvono, mutano, si trascinano incapaci di arrestarsi

Bah.. non ho scritto… non perchè non mi andasse di scrivere o non sia successo nulla. E’ successo. Di paesi attraversati in retromarcia, di visite di una sera a Bologna. Di serate circondato da folli fanciulle. E’ successo eccome. Il solito fiume di eventi affogati in molti più pensieri, emozioni, di quelle scatenati dai semplici e concreti fatti. Non sono gli eventi a determinare una vita ma le interpretazioni, i moti dell’animo.

Però leggete  questa parole, per il gusto di farlo. Perchè sono belle parole, mica per condividerle. Per le farle proprie nei gesti, negli atti. Che mica ci vogliono strani cappelli o manti o l’investitura di qualcuno che ti dica "vai e goliardizza". La più alta Goliardia rimane quella del ‘keller no? E dei Giuvielli ovviamente…

Bisognerebbe scrivere parole migliori, sforzarsi di vivere parole migliori. O lasciarsi vivere naturalmente parole migliori.

"Goliardi! Questo libretto è
fatto per noi; per noi che crediamo a quanto esso contiene; per noi che,
ridendo, mordiamo senza svillaneggiare alcuno; per noi che amiamo tutti; per noi
che siamo figli di principi o di contadini.

Anche il latino del testo,
senza rispetto per i dittonghi e per le buone regole, è fatto per noi. Esso fu
il latino delle Corporazioni antiche e noi siamo una Corporazione all’ antica.

La nostra giovinezza è come l’albata
che culmini nel sole di maggio; come una strofe che dal piano accompagni la
brigata alla vetta dove si domina e si ansima per la fatica.

Le taverne sono nostre come le
vie che ingombriamo e le piazze che tumultiamo
nel vario colore dei nostri
cappelli e nello sventolio dei nostri gonfaloni.

La vita è nostra come l’amore,
la fede, la carità, la speranza, il male e il bene di ciascuno secondo il suo
cuore
.

E per comprenderci ci amiamo;
per aiutarci ci amiamo; per migliorarci ci amiamo.

Viviamo da secoli insieme
perché ognuno di noi sa che la solitudine raramente corregge gli uomini.

Le nostre canzoni sono di tutti
e sono le nostre: come l’universo. E le cantiamo per dare alla nostra felicità
il sapore di molte infelicità superate.

Nel nostro riso c’è l’argento
di un sistro e il singhiozzo di tutte le esperienze sofferte.

Amiamo il vino perché il
Diluvio universale ha dimostrato che tutti i malvagi sono bevitori d’acqua.

Ognuno di noi ha il suo Dio che
lo regala ogni giorno di un povero immenso dono. E ci contentiamo.

I libri sono il nostro tormento
e la nostra passione: come la Scienza che ci affratella. E se ci capita che un
maestro sia insigne, lo onoriamo.

Crediamo a tutti e a nessuno:
per moto del cuore, per paura di frastornare un gesto od una intenzione pulita
con una ragione inadeguata se non laida. Fra noi vi fu il figlio di Pietro
Benardone che sposò Madonna Povertà e visse, come vi fu Stravizio pisano che sposò la bella sanese e morì.

Santo Francesco aveva una veste
di bigello e la sua sposa nulla avea . Ora è sugli altari del mondo e ci aiuta a
vivere.

Stravizio aveva un orcio di
vino e la sua sposa venti denari. Ora aleggia nelle nostre taverne e ci aiuta a
non piangere.

Ci si perdoni l’ accostamento.

I nostri vecchi chi hanno
insegnato a dividere il pane ed il sale e ci hanno dato le gambe per
incamminarci. E il cuore.

Oggi ci mandano il vaglia delle
loro trepidazioni.

Noi, purtroppo, non possiamo
rendere molto di quanto ci hanno dato: se non il dottorato della nos1ra infinita
gratitudine.

Essi, poveri vecchi, ci hanno
perduto: come l’albero perde il suo frutto.

Essi, ansiando prima di vederci
camminare, hanno voluto indicarci la strada per vederci andare con moto piano e
sublime.

Hanno anche rinunciato. E noi
paghiamo il prezzo di quel loro volerci risparmiare il pianto di Adamo. può
offrire.

Noi siamo gli ultimi romantici
da sempre, poiché siamo ancora i Goliardi dei secoli.

E se poi nulla di tutto questo
fosse vero?

Accetteremmo. Come quando la
nostra ragazza ci lascia e piange perché ci vuole ancora bene e noi, dopo, la
onoriamo di fiori.

Per non lasciarla sola. Infatti
" puella cum sola cogita male cogitat" e noi vorremmo dirle: "Nec possum tecum
vivere nec sine te".

E dopo?

Noi resteremo sempre cosi. Fino
a quando "coeli movendi sunt et terra.

Un Goliardo

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2 responses to this post.

  1. Posted by Federico Tomassetti on 5 giugno 2007 at 21:07

    Beh i miei "colleghi" ci sono stati recentemente quindi penso che per un po’ non se ne parli… almeno non di motivi goliardici ma Pisa mi è parsa proprio una splendida città quindi perchè non farci un salto quest’estate? Nel caso ti chiederò una lista dei posti da vedere e magari di farmi da cicerone, ciao!

    Rispondi

  2. Posted by susy susy on 5 giugno 2007 at 21:07

    Ciao Goliardo! A quando la prossima "ribotta" in quel di Pisa???un salutino!

    Rispondi

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