Non-racconto di un viaggio

Venerdì sera dopo la cena di classe sono tornato a casa.
L’alcol, l’emozione, la luce che filtra. Poche ore di sonno. E poi lì, al posto di guida, un lungo nastro d’asfalto da srotolare. Un viaggio ed i suoi chilometri. Come fosse una piccola vita auto-racchiusa. Parto. Imboccata l’autostrada il navigatore mi invita a dimenticarmi di tutto e proseguire per quasi 500km prima della prima svolta.
E però penso ben poco mentre guido. Curiosamente rimango lì incapace di uscire dai confini di quella vita autocontenuta di cui dicevo.
E le ore passano, durante quella sfida fra me, il volante e la mia attenzione. A la guerre comme a la guerre. E arrivo. Le strade di Divaca. La grande casa di Mojca, la ragazza slovena che ho conosciuto nel 2008, Erasmus, Germania, un’altra vita.

Ed è stato un week-end magico, lì nel Carso, con un’amica che non vedevo da quasi un anno.

E passare accanto alle grotte di Postumia, visitate la scorsa estate con Barbara. Le certezze si sgretolano per quanto cerchiamo di costruirle. Come se la Vita non volesse vederci vivere di rendita ed impigrirci, prigionieri di quanto ci ha concesso.

È stato un bel week- end e volevo raccontarmelo ma poi ho pensato che sta bene dove sta, fra i miei ricordi più cari e fra i racconti che accompagneranno le mie serate al pub.

E tornare lottando ogni chilometro con la stanchezza, con il poco sonno. Crollare sul letto. E sapere che ne è valsa la pena.

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